Ma cos’è un browser?
by Mattia Notari on mar.03, 2010, under News
So che il titolo può sembrare una burla, eppure, stando a quanto è menzionato dal seguente articolo, la situazione ad oggi (e badate bene che ci troviamo nel terzo millennio già da 10 anni) è al quanto “triste”.
Quello che mi chiedo è: ma se un terzo degli italiani non sa cos’è il browser, quanti italiani sapranno cos’è la privacy su internet?
( … chi ha orecchie per intendere intenda o, se preferite, a buon intenditor poche parole, una per tutte: facebook … )
News di mercoledì 03/03/2010 | News | Mr.Webmaster
Ma cos’è un browser Web? Chiedetelo agli Italiani e uno su tre non sarà in grado di rispondervi, circa il 33% degli abitanti della Penisola non sa infatti che questa parola indica un programma per la navigazione su Internet; tra di essi vi è anche una buona parte di utenti che naviga abitualmente.
E quanto emerge da un recente sondaggio sul rapporto tra Italiani e navigazione su Internet, promosso dalla Mozilla Foundation e condotto dalla Ipsos MORI; dalla rilevazione emerge ancora una volta un'impreparazione diffusa nei confronti dei mezzi informatici.
Come si comporteranno quindi gli Italiani di fronte al Ballot Screen di Windows quando il sistema li inviterà a definire il browser di default per la propria attività di navigazione? Moltro probabilmente una buona parte di essi ignorerà questo passaggio per incapacità di scelta.
La brutta notizia non sta però tanto nel fatto un terzo degli Italiani non sappia cosa sia un browser, ma nel fatto che essi lo confondano con il concetto di “motore di ricerca”; consoliamoci però pensando che Polacchi, Spagnoli e Francesi hanno mostrato durante la ricerca un'ignoranza superiore alla nostra…
E-commerce, giungla di tasse online
by Mattia Notari on feb.19, 2010, under News
E-commerce, giungla di tasse online – Economia – Panorama.it.
Sfoglia più di 900 pagine di regolamento e allarga le braccia. «È una questione complessa» ammette il funzionario dell’Agenzia delle dogane «e a volte, fra dazi da applicare, imposte sul valore aggiunto da calcolare e norme Ue in contraddizione con quelle italiane, facciamo fatica pure noi». Figuriamoci un comune consumatore che ha deciso di comprare via internet qualcosa fuori dall’Unione Europea: non sa che si sta per inoltrare in una vera e propria giungla di balzelli che possono fare aumentare anche di parecchio il prezzo dell’oggetto acquistato.
Ogni giorno i pacchi extra Ue che arrivano negli uffici delle Poste italiane (il principale a Lonate Pozzolo, dietro all’aeroporto di Malpensa) e in quelli dei corrieri internazionali sono circa 50 mila. E molte di più sono le buste contenenti merce. Dentro c’è di tutto: dalle magliette agli orologi, dalle carrozzine per neonati agli apparecchi elettronici. Acquisti fatti, di solito via web, soprattutto in Cina, negli Stati Uniti, in India. Ovvero ovunque il prezzo prometta uno sconto rispetto ai cartellini esposti sugli scaffali in patria. Peccato che a volte ci sia la sorpresa, e la promessa di un risparmio a portata di clic non venga mantenuta. A causa dei costi di importazione. Che possono essere anche due o tre volte il prezzo pagato per l’articolo. E così l’affare si trasforma in un «pacco». «Succede, e neppure tanto raramente, che una volta scoperto quanto si deve pagare per poter ritirare la merce ce la lascino qui» raccontano alle dogane.
Stabilire quanto si deve pagare al postino per ricevere la merce solo in teoria è semplice. In realtà è un sudoku per burocrati. L’abc dell’import per i privati stabilisce che fino a 22 euro di merce non si deve versare nulla, da 23 si devono aggiungere anche le spese di importazione ma fino ai 150 euro si paga comunque solo l’Iva, mentre oltre questa cifra si pagano sia i dazi sia l’imposta sul valore aggiunto. In realtà, la faccenda è più complessa, per tre ragioni.
La prima è che in Italia i dazi si pagano anche al di sotto, tra 23 e 150 euro, nonostante le norme europee. La seconda è che non è affatto facile stabilire con esattezza la tipologia di merce e quindi l’aliquota del dazio da applicare. La terza è che quest’ultimo dipende non dal paese in cui si è deciso di comprare, ma da quello da dove arriva il prodotto.
Perché, se si decide di comprare una bicicletta online negli Stati Uniti, ma poi questa mi viene spedita dalla Cina, dove viene prodotta, le cose si complicano. L’acquisto della bicicletta, o anche solo di un pedale, comporterà infatti un dazio del 48,5 per cento sul valore della merce, anche se l’acquisto è avvenuto in un paese dove i dazi su questa tipologia merceologica sono di gran lunga inferiori: appena il 14 per cento.
Non solo. Le televisioni pagano il 14 per cento di dazio, però se non c’è il sintonizzatore, che magari viene spedito in un secondo momento, diventa un monitor e non c’è nulla da pagare. Un altro esempio? Quasi tutte le componenti elettroniche di un computer sono esenti da dazio in base agli accordi 2008 della Wto perché sono necessari per collegarsi alla rete internet. Ma altre parti, come gli hard disk, il dazio invece lo pagano. Ancora? Per favorire l’energia fotovoltaica i pannelli solari hanno l’Iva al 10 per cento e non pagano nulla di dazio. Anche se provengono dalla Cina.
I più informati sanno che in rete esiste un trucco per distriscarsi nel mare magnum di dazi, disposizioni e norme antidumping. Si chiama Taric ed è un software disponibile sul sito dell’Agenzia delle dogane. Nulla di complicato, teoricamente parlando: è sufficiente inserire la tipologia della merce e il paese da cui proviene per avere tutte le notizie necessarie per effettuare un acquisto consapevole. Peccato, tuttavia, che ci si debba districare fra migliaia di sottocategorie merceologiche; e che le informazioni sulle limitazioni di importazioni non siano nero su bianco, ma facciano riferimento a norme e regolamenti italiani o europei che bisogna avere poi la pazienza di trovare, tradurre dal gergo amministrativo, capire e applicare.
Così, per evitare di appesantire la testa e svuotare il conto in banca, molti aggirano la questione facendo scrivere semplicemente «gift» sul pacchetto. Essendo un dono, non dovrebbe esserci stata compravendita: un accorgimento che dovrebbe permettere alla merce di superare la frontiera senza pagare né dazio né Iva. In teoria. «Li fermiamo tutti» spiegano alle dogane «e almeno sette su 10 sono irregolari». Di fatto, il trucco è un invito al controllo alla frontiera.
Quel che per gli uomini delle dogane è un rompicapo, per chi acquista cercando l’affare a ogni costo può diventare un incubo. Ognuno dei 50 mila pacchi che ogni giorno arrivano in Italia dai paesi extracomunitari fa coppia fissa con una bolla di accompagnamento. Ovvero un foglio sul quale il mittente ha indicato la merce contenuta nell’involto, il suo valore (ovvero il prezzo pagato dal destinatario) e i costi di trasporto. Gli impiegati delle Poste italiane (che incassano per ogni pacco 2,07 euro) calcolano dazi, Iva ed eventuali sovrattasse e spediscono al destinatario in uno o due giorni. Ma una quota dei pacchi viene fermata e controllata dagli uomini della dogana. «Se tutto è regolare, il pacco riparte e arriva a destinazione nei due giorni successivi. Se invece ci sono, come si dice in gergo, delle difformità, si ferma tutto». Almeno un pacco su tre contiene merce contraffatta o presenta incongruenze tra il valore dichiarato e quello reale.
In questi casi che succede? Borse «replicate», scarpe taroccate e orologi fasulli vengono sequestrati e distrutti. Se poi l’acquirente reclama la merce, rischia come minimo una segnalazione alla procura per incauto acquisto, come massimo una denuncia per ricettazione, se gli invii sono frequenti e ripetuti. Se invece il problema è, per usare un eufemismo, un «errore di calcolo» sul valore della merce dichiarato alla dogana, si fanno le valutazioni corrette e l’acquirente dovrà soltanto pagare di più. A meno che la dogana non riesca a dimostrare che c’è stata una doppia fatturazione, con una minima parte del prezzo pagato a fronte di una fattura da allegare al pacco e il resto sborsato in nero con la carta di credito. «In questo caso i reati commessi sono due: falso in atto pubblico e contrabbando. Li prendiamo tutti, basta controllare le transazioni».
E poi ci sono prodotti che si fermano alla dogana perché norme internazionali ne vietano il commercio, come il corallo, l’avorio o la flora protetta: l’eventuale ingenuità dell’acquirente non è una scusante. Mentre possono esserlo le malattie. Tuttavia i farmaci, come cibo e alcolici, subiscono particolari controlli sanitari e se arrivati dall’India vengono regolarmente sequestrati perché ritenuti contraffatti.
PI: Microsoft, ritorno al futuro
by Mattia Notari on feb.06, 2010, under Microsoft
Fonte: PI: Microsoft, ritorno al futuro.
Microsoft, ritorno al futuro
Un ex dirigente parla di scarso senso per l’innovazione e decreta la morte prematura del suo vecchio datore di lavoro. Che risponde elencando i successi di oggi e chiarendo che cosa significa innovazione in quel di Redmond
Roma – Microsoft è un’azienda irreparabilmente vecchia che non sa cosa sia l’innovazione, uccide le sue stesse idee originali quando emettono i primi vagiti ed è inesorabilmente destinata a soccombere sotto il peso del suo gigantismo e per l’azione serrata della concorrenza. Questo secondo di Dick Brass, vicepresidente a Redmond nel periodo 1997-2004 e autore di un editoriale pubblicato sul New York Times che sta facendo parecchio discutere per la fotografia che fa di un’azienda che ha un passato glorioso, un ricco presente e nessun futuro davanti a sé.
“Alcune persone gioiscono degli affanni di Microsoft” scrive Brass nell’introduzione “diplomatica” al suo pezzo al vetriolo contro la lotta di fazioni intestine che da anni si combatterebbe nell’azienda. Quasi ogni prodotto di Redmond viene deriso e preso in giro da una parte del pubblico, a volte con buone ragioni e altre per partito preso, ma Microsoft continua a impiegare “migliaia degli ingegneri più intelligenti e capaci del mondo”, genera profitti immensi che negli ultimi 10 anni sono ammontati a 100 miliardi di dollari e Bill Gates, il founder, è “il filantropo più generoso della storia” e ha ispirato molti dei suoi dipendenti a seguire lo stesso esempio.
“Nessuno sano di mente dovrebbe augurarsi il fallimento di Microsoft” dice Brass. Eppure Microsoft è destinata a fallire, a essere schiacciata dalle dimensioni monolitiche del suo business, dal focus eccessivo sui suoi tradizionali cavalli di battaglia (Office e Windows) e dal fatto che col tempo si è trasformata in “una innovatrice maldestra e incapace a competere”. “Microsoft non ha mai sviluppato un vero sistema per l’innovazione” scrive Brass, e “alcuni dei miei ex-colleghi sostengono che la società ha effetivamente realizzato un sistema per frustrare l’innovazione”.
A supporto della sua tesi, l’ex-dirigente descrive le occasioni di business che la corporation si è lasciata sfuggire al tempo della sua vicepresidenza. Il gruppo sotto la sua gestione, per esempio, aveva inventato una modalità di visualizzazione del testo chiamata ClearType capace di rendere molto più leggibili i caratteri su schermo: nonostante la bontà dell’idea, ClearType dovette fare i conti con i commenti del responsabile dei prodotti Office (a cui il nuovo testo smussato dava il mal di testa) e l’ostracismo del vicepresidente dei dispositivi tascabili che offrì il suo supporto ma solo in cambio del controllo del progetto. “Come risultato – dice Brass – nonostante avesse ricevuto il pubblico apprezzamento, la promozione interna e i brevetti, è passata una decade prima che una versione pienamente operativa di ClearType approdasse finalmente in Windows”.
Altro lampante esempio della scarsa attitudine a innovare di Microsoft sarebbe il progetto di tablet su cui Brass e sottoposti stavano lavorando nel 2001, affossato dalla predilezione del responsabile di Office per mouse e tastiera e di cui non si è vista più traccia negli anni nonostante fosse oramai certa la presentazione di iPad da parte di Apple. Anche se altri fattori hanno sin qui contribuito all’insuccesso di Microsoft nell’innovazione e nella “anticipazione del futuro”, dice Brass, la competizione interna che paralizza gli spiriti animali di Redmond è diventata “distruttiva e senza controllo” e porterà certamente al collasso del gigante del software se quest’ultimo non sarà in grado di “recuperare la sua scintilla creativa”.
Parole forti che non lasciano spazio all’immaginazione, a cui Microsoft ha dedicato una risposta che prova a smentire alcune delle accuse dell’ex-dirigente, parlando dei successi del presente e capovolgendo il concetto di scarsa propensione all’innovazione denunciato da Brass offrendo una visione più ampia del problema. “Al livello più alto – scrive il vicepresidente alle comunicazioni Frank Shaw – pensiamo che l’innovazione debba essere messa in relazione alla sua capacità di avere un impatto positivo sul mondo. Per Microsoft non è sufficiente avere semplicemente una buona idea, o una grande idea, o anche un’idea formidabile. Noi misuriamo il nostro lavoro dal suo impatto generale”.
“ClearType viene ora integrato in ogni copia di Windows che produciamo” prosegue Shaw, “ed è installato su circa un miliardo di PC in tutto il mondo. Questo è un ottimo esempio di una innovazione che ha un impatto: innovazione su scala”. Certo l’adozione di ClearType sarebbe potuta avvenire più velocemente, concede Shaw, “ma per una società i cui prodotti impattano un numero enorme di persone, quello che è realmente importante è l’innovazione su larga scala, non semplicemente l’innovazione ad alta velocità”.
In relazione alle critiche sull’integrazione fra tablet e Office, Shaw rimanda le note di Brass a OneNote e al fatto che il software “è stato essenzialmente creato per i tablet ed è oggi una parte fondamentale di Office”. Microsoft ha innovato con l’hardware perché Xbox 360 è stata la prima console di nuova generazione, la prima ad alta definizione, la prima a offrire giochi, musica, video e film in digital delivery su Xbox Live, la prima a integrare i social network di Facebook e Twitter sullo schermo del televisore e sarà ancora la prima a offrire un’esperienza videoludica “controller free” con la distribuzione del Progetto Natal entro quest’anno.
“C’è sempre l’opportunità di fare di più, di muoversi più velocemente, di immettere sul mercato prodotti e servizi con modalità nuove e interessanti, e noi appoggiamo tutto questo” chiosa Shaw. ClearType, in tal senso, è una chiara dimostrazione di come le cose abbiano funzionato bene per le centinaia di milioni di utenti di prodotti Microsoft in tutto il mondo.
Quello che il dirigente di Microsoft non chiarisce, lasciando giustamente che siano le speculazioni a occuparsene, è il “come” la più grande corporazione dell’IT intenda proseguire la sua avventura aziendale in un mondo molto diverso dal 1975 (anno della sua fondazione). Stabilito, per assurdo, che Microsoft sia condannata a morire di inedia per scarsità di prodotti freschi e innovativi, le suddette speculazioni viaggiano libere tra l’istituzione di spin-off dedicate agli investimenti finanziari, la definitiva riappacificazione della vecchia mentalità del “software-in-scatola” con le esigenze di una web economy che in fondo è ancora molto giovane rispetto alla storia complessiva dell’informatica, e il passaggio di consegne tra Steve Ballmer, il CEO che ha fatto perdere valore alle azioni in borsa e Ray “Lotus Notes” Ozzie che attualmente detiene il ruolo chiave di Chief Software Architect che già fu di Bill Gates.
Alfonso Maruccia